India vs. Cina: chi sarà il protagonista della nuova economia mondiale?

India e Cina si configurano non più solo visti come mercati emergenti, ma come vere e proprie potenze economiche in grado di influenzare in maniera considerevole le grandi potenze europee e statunitensi.

Secondo le statistiche e i giudizi di EGO International India e China rappresenteranno nel 2020 rispettivamente la seconda e la terza economia mondiale dopo gli Stati Uniti e Giappone.

Nonostante le problematiche politiche, l’India  ha continuato il suo formidabile processo di espansione economica, con tassi di crescita imprevedibili, mentre la Cina, malgrado il grande sforzo e mantenendo un livello standard adeguato, ha riconosciuto un lieve calo del PIL economico e dello sviluppo, apparendo in fase di netta decelerazione.

<h2>Quali sono le opinioni della SACE a riguardo?</h2>

Analizzando le statistiche della SACE, ci si accorge che il panorama non è più lo stesso, difatti  già ad aprile 2016, l’economia indiana ha scavalcato quella cinese con grande velocità.

Ma quali sono le variabili vincenti che hanno portato l’India a crescere a dismisura?

  • L’età della popolazione: quella cinese è in netto calo rispetto a quella indiana. La popolazione cinese in età lavorativa (tra i 15 e i 59 anni) scenderà in a grandi livelli nel 2050 (-10%), mentre salirà in India (+12%); tutto ciò si traduce in un aumento dei costi della manodopera cinese e dunque la perdita di competitività.
  • I consumi privati: se in Cina i consumi domestici raggiungono a mala pena il 49%, in India crescono fino al 70%: grazie all’espansione del mercato interno e la possibilità di acquisto maggiore sono stati i due punti fondamentali che hanno fatto muovere il mercato della domanda e dell’offerta internazionale.
  • La capacità e il know-how produttivi: in Cina la domanda non cresce e il mercato non riesce a sopperire l’eccesso di persone qualificate da pochi anni che chiedono un lavoro; accade il contrario in india dove la capacità produttiva è in perfetto equilibrio con la domanda.

    Il debito pubblico: quello cinese è aumentato del 70%, mentre l’ India , godendo di un’economia ad oggi più florida ha un debito pubblico che raggiunge solo il 7%.

  • La deflazione. La diminuzione del livello dei prezzi potrebbe davvero creare gravi problemi in Cina; al contrario la leggera inflazione dei prezzi indiani sta attuando le necessarie misure volte al controllo economico.

L’India  non è un mercato semplice e lo sviluppo vede ancora molti sforzi da compiere, ma le riforme implementate dal nuovo Governo sono di grande aiuto per i progetti R&D del Paese, dove il contesto economico e competitività iniziano a vedersi in maniera suggestiva come afferma l’opinione di  M., Export Manager di EGO International Group, che si occupa dei rapporti commerciali con i paesi del Medio Oriente da anni, “l’India nel 2016 ha raggiunto i primi posti nella classifica della World Best Economy nell’ “Ease of Doing Business Index” stilato dalla World Bank e, continuando in questo modo, non potrà che fare Economy nell’ “Ease of Doing Business Index” stilato dalla World Bank e, continuando in questo modo, non potrà che fare rilevanti miglioramenti anche per i prossimi anni.

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Domande, risposte, opinioni e commenti sull’export vinicolo italiano.

Qual sono le problematiche legate al tema dell’export vitivinicolo oggigiorno?

egointernational vini

Domande, risposte e commenti critici sull’export vinicolo italiano.

Qual sono le problematiche legate al tema dell’export vitivinicolo oggigiorno?

Egointernational Group, azienda leader nel settore import/export del Made in Italy, senza alcuna pretesa di tipo “statistico”, analizza attraverso le opinioni, i consigli degli addetti ai lavori (produttori, export manager, importatori, opinion leader, ecc.) le opportunità di export per i vini italiani, le principali avversità allo sviluppo, le possibili soluzioni. Tutto si basa sulle esperienze, il racconto diretto per capire come si stanno evolvendo le dinamiche dell’export enologico italiano.

Come afferma in un’intervista uno dei soci fondatori di Ego international Group – Mai come oggi, infatti, ad una enorme suddivisione del tessuto produttivo del vino, esiste un’altrettanta segmentazione dei mercati, per questo motivo le statistiche, da sole, non sono sufficienti per interpretare le evoluzioni dei mercati, le opportunità per i produttori, i principali ostacoli alla crescita. Siamo, infatti, sempre più convinti che la condivisione, il confronto oggi più che nel passato sia indispensabile per garantire competitività al sistema export e in particolare vino per l’Italia: ecco perchè essere leader di settore è indispensabile.

Ma quale è la sono queste innovazioni tecniche? Andiamo a vedere allora quali sono i punti di forza e di debolezza: per ogni categoria ne abbiamo elencato i primi cinque.

Punti tecnici di forza

1) le caratteristiche uniche delle varietà territoriali dei vini italiani

2) grande equilibrio tra domanda e offerta dei vini

3) la qualità e la ricchezza dei brand Made in Italy

4) la personalizzazione del design e packaging

5) la garanzia e le certificazioni

Punti tecnici di debolezza

1) la lentezza dei processi, trasporti e l’eccessiva burocrazia

2) i dazi e le tasse da pagare per l’ingresso in altri Stati extra europei

3) la scarsa conoscenza del mercato

4) l’improvvisazione e la poca pianificazione

5) inconprensioni e speculazioni “all’italiana”

Un’opinione interessante è quella di un noto giornalista di settore che ha scritto su un importante magazine internazionale quale Forbes: “Il successo risiede in un misto di originalità, cultura e peculiarità autoctone”. Il Food Made in Italy in generale è altamente sinergico con i nostri vini che denotano una forte propensione all’ideale abbinamento a tavola. Inoltre anche l’amplia gamma di offerta aiuta i più curiosi ad assaporare e gustare note di vini sempre più particolari e ricercate con un ottimo balance tra prezzo e qualità”.

Quest’anno vista l’annata eccezionale della vendemmia avremo molto prodotto vino da esportare ed imprese com Ego International sono al lavoro per capire quali nuovi scenari dovra affrontare il nostro viticoltore Italiano.

Ego International Commenti

ego international commentiGrazie alla continua ricerca degli operatori commerciali e professionisti dell’export della Ego International, raggliomo dalle diverse interviste ai clienti elaborate in una seconda fase, una serie di commenti sul futuro alimentare dell’esportazione, molti commenti raccolti a caldo sul territorio evidenziano un falso mito del cibo 100% Made in Italy .
Il Bel Paese non è autosufficiente e s’importano ingenti quantità di cereali, frutta, verdura, latte e carni di manzo!.
L’Italia nel settore alimentare non è autonoma e deve importare larghe quantità di materie prime dall’estero.
Una situazione ben conosciuta dagli addetti ai lavori, ma meno nota al pubblico dei consumatori, che credono di comprare cibo “Made in Italy”, invece acquistano merce falsa e proveniente da altri paesi europei o extra-europei. Questa mancanza di conoscenza si traduce nella necessità di importare ingredienti da trasformare in prodotti diciamo finiti destinati sia al consumo interno sia all’export. Una recensione firmata da numerose multinazionali nel campo del FMCG (pubblicato sulle maggiori riviste rivolte ai consumatori) sta cercando di fare chiarezza e con i consueti rapporti ed opinioni della Ego International Commenti vogliamo metterli in evidenza per estrarre quali sono i concetti vincenti da implementare nella propria filosofia export .

Le statistiche e le recensioni sfatano il mito del prodotto preparato con materie prime al 100% italiane. Il nostro Paese non riesce a produrre tutte le risorse di cui ha bisogno sia a causa di politiche restrittive dell’Unione Europea, sia per la riduzione sempre crescente dei terreni destinati all’agricoltura. Secondo dati pubblicati dall’Istat, dagli anni Novanta al 2014 gli ettari di campi coltivabili sono scesi da 20 a 10 milioni, mentre la popolazione è cresciuta del 20%. L’importazione è dunque indispensabile per produrre molti altri alimenti tipicamente italiani.

Per esempio il grano duro italiano copre addirittura il 70% del fabbisogno giornaliero: occorre importare frumento da Paesi come Canada, Stati Uniti, Sudamerica e Ucraina. Non cambia la situazione per altre categorie merceologiche: le carni bovine italiane rappresentano il 50% dei consumi e per il latte si va fino al 40%, anche per lo zucchero e il pesce dobbiamo rivolgerci ad altri mercati poiché riusciamo a coprire solo il 20%. La stessa cosa vale anche per l’export dell’olio d’oliva.
E ancora la produzione nazionale di uova, pollame e vino è in grado di soddisfare il fabbisogno interno, ma per legumi, frutta e verdura dobbiamo far riferimento sempre più a Spagna, Francia e paesi asiatici.
Ecco che allora scatta la truffa: numerosi prodotti finiti e materie prime spacciati per merce 100% italiana, addirittura DOP o IGP. Scovata anche molta merce venduta come biologica e/o proveniente direttamente da aziende autoctone e contadine. Solo un esempio: la bresaola IGP è prodotta in Valtellina con materie prime provenienti dall’estero, a causa dell’insufficiente quantità di animali allevati in Italia!
Alla luce di questi dati la ricerca insistente dell’alimento fatto solo con materie prime italiane ha poco senso e sconfina in un vero e proprio inganno, raggiro. Per questo motivo alcune delle più importanti multinazionali in campo alimentare hanno deciso di fare conoscere ai clienti l’origine degli ingredienti dei suoi prodotti attraverso il web. Il sistema è molto semplice: basta collegarsi al sito dell’esercizio e digitare il nome del prodotto o utilizzare il codice a barre di ciò che abbiamo acquistato. Se proviamo a scrivere la parola “pasta di grano duro” troveremo decine di voci, da quella fatta solo con farina e acqua a quella all’uovo e così via. Alcune sono fatte con materie prime italiane, altre invece sono false, ambigue, poiché importate da paesi come Australia, Ucraina, Francia e Canada.

Giudizi export dalla Cina: l’ olio di oliva italiano conquista il mercati

La recente affermazione di Roberto Moncalvo, Presidente della Coldiretti conferma che le esportazioni dell’olio extravergine sarebbero quadruplicate rispetto al 2014. Valutazioni statistiche dicono, infatti, che il commercio dell’olio all’estero dovrebbe arrivare a toccare i cinquanta milioni di chili di olio italiano quest’anno. Secondo l’opinione di Paola Fioravanti, Presidente dell’Unione Mediterranea Assaggiatori Olio, però la storia di questo successo rischia di diventare un’opportunità mancata: “Sicuramente in Cina abbiamo riscontrato un grande interesse per l’olio di oliva extra vergine grazie anche alla progressiva conoscenza di altri prodotti italiani che per la popolazione cinese sono sinonimi di sana nutrizione. Non abbiamo però fatto ancora un avanzamento rilevante per quanto riguarda l’olio extra vergine. Quello che adesso arriva in Cina è un prodotto di media qualità.

Bisogna anche tenere presente che è fondamentale, per penetrare davvero con successo in questo mercato e mettere radici profonde, diffondere la cultura dell’olio e la provenienza delle olive. Sono ancora tanti i cinesi, infatti, che credono che l’olio di oliva sia anzitutto un preparato medico. Per questo motivo in Cina non esiste alcuna normativa sull’olio proprio perché si tratta di un prodotto che pochi conoscono e apprezzano come alimento”.

Uno dei fattori che impedirebbe il reale sviluppo e l’espansione dei nostri prodotti in questi Paesi sarebbe dunque la mancanza di strutture volte alla promozione e all’internazionalizzazione. Tenere dei corsi di formazione sull’olio per farlo conoscerlo veramente, per apprezzarne la natura, la qualità e il piacere di gustarlo senza tralasciare l’analisi sensoriale, del gusto e dell’olfatto, secondo le affermazioni del Presidente, sarebbero le prime azioni da compiere nella terra della salsa di soia.
Il commento che la Presidente degli Assaggiatori fa al governo in carica è quindi quello di elaborare delle politiche in grado di promuovere davvero il nostro olio e l’agroalimentare in generale.

Come afferma l’azienda d’internazionalizzazione di impresa EGO International Group, leader nell’export di prodotti alimentari Made in Italy: “La Cina già da diverso tempo apprezza e conosce molto bene il vino italiano e quello francese al punto che il governo cinese ha raddoppiato le tasse sul vino proprio perché ha visto che si vende. La Francia poi, consapevole della portata dell’evento, ha creato in Cina delle scuole fisse di assaggio per il vino. Per non parlare della Spagna che negli ultimi cinque anni ha spodestato nel mercato dell’olio d’oliva e dei salumi. Gli Spagnoli sono molto più organizzati di noi Italiani per quanto riguarda l’export. Ma l’olio spagnolo e quello italiano non sono sullo stesso piano per gusto, qualità e caratteristiche organolettiche. Si tratta di due coltivazioni molto diverse dell’olivo. Secondo molte recensioni a riguardo la raccolta e la lavorazione spagnola sono di tipo “industriale” e questo lo rende più economico, ma meno appetibile.”

Uno dei commenti  di Roberto Moncalvo, sarebbe la scommessa è di far comprendere la qualità del nostro olio ai cinesi. Circa un anno fa l’autorità cinese per la qualità ha chiesto all’ambasciata italiana a Pechino di fornire maggiori informazioni sulle società italiane che sono sospettate di vendere in Cina olio etichettato come olio d’oliva italiano, ma che in realtà è realizzato con oli provenienti da altri Paesi. Ma allora com’è possibile difendersi dai casi di slealtà commerciale?Quello che è accaduto tempo fa è la dimostrazione del fatto che la legge salva olio non ha funzionato. Bisogna vigilare con più rigore e attenzione perché questi casi danneggiano l’immagine di tutti produttori italiani virtuosi e seri che devono rivendicare la difesa di un marchio spesso usato a sproposito anche da qualche azienda italiana. L’Italia dovrebbe cercare un accordo con il governo cinese per far sì che il nostro olio extravergine di qualità non rimanga dei mesi fermo in dogana perché non lo conoscono.”

Chiara è il commento dei fondatori di EGO International a riguardo: “L’unico sistema per uscire da questo circolo vizioso allora è quello di fare una politica di sostegno alla qualità, distribuendo gli aiuti anche tra i piccoli produttori, facendo leva su informazione e formazione ad hoc”.